Quella di Babrbablù è una fiaba che non ho mai amato particolarmente, sarà per le sue tinte decisamente fosche e inquietanti, sarà perché non è esattamente quella che si definisce una “fiaba per bambini”… Eppure oggi, da adulta, guardo oltre la sua superficie e come mi accade spesso con i racconti popolari e i miti, ne colgo il prezioso insegnamento.

Barbablù è un nobile avvenente, un signore ricco e con molti possedimenti, ma con un difetto fisico che tiene lontane tutte coloro su cui punta lo sguardo: ha la barba blu. Questo dettaglio, insieme al fatto che non si sappia che fine abbiano fatto le sue precedenti mogli, spaventa le fanciulle in età da marito, ma lui sa come farsi apprezzare… Posa gli occhi su tre giovani donne, tutte sorelle, e per dimostrare loro che non vi è nulla di spaventoso in lui, organizza una giornata nei dintorni del suo castello, con battute di caccia, banchetti e divertimenti degni di re e regina. La più piccola delle tre sorelle, alla fine, si convince che non deve esserci nulla di male in quello strano uomo, e si risolve a prenderlo come marito. I primi tempi del loro matrimonio le giornate scorrono felici: Barbablù è un ottimo padrone di casa, che sa godere delle sue tante ricchezze e condividerle anche con altri. Accade però che debba assentarsi per qualche settimana, per cui lascia precise disposizioni alla moglie. Le consegna il mazzo di chiavi della loro dimora, della quale ora diviene padrona a tutti gli effetti. Può girare per tutte le stanze, esplorare ogni anfratto del castello, organizzare qualsiasi festa o evento lei voglia, ricevere tutta la compagnia che desidera… ma le è fatto divieto assoluto di utilizzare la più piccola chiave del mazzo, pena l’ira funesta da parte di Barbablù. La giovane annuisce ma, neanche a dirlo, partito lo sposo si lascia consumare dalla curiosità e non resiste alla tentazione, disobbedendo all’ordine perentorio del marito. Trova la porta che può essere aperta da quella chiave e, una volta al suo interno, si spalanca davanti a lei l’orrore. Il pavimento è un lago di sangue rappreso, al soffitto sono appesi i corpi esanimi delle vecchie mogli di Barbablù, negli angoli della stanza sono accatastate ossa e teschi…

E’ una scena così spaventosa e raccapricciante, che la ragazza lascia inavvertitamente cadere la chiave, che si tinge del rosso del sangue. La recupera ed esce a gambe levate dalla stanza, richiudendo la porta alle sue spalle e tentando di ripulire la chiave per non farsi scoprire da Barbablù. Ma purtroppo il sangue non può essere lavato e continua a trasudare dalla chiave come per magia. La fanciulla, disperata, prova addirittura a nascondere la chiave, ma a nulla valgono i tentativi di sbarazzarsene. Barbablù torna in anticipo dal suo viaggio, scopre presto il divieto non rispettato e si appresta a far fare alla sventurata ragazza la stessa fine di tutte le sue precedenti mogli. A salvarla in extremis sono i due fratelli di lei che, giunti al castello per farle visita, si ritrovano a dover uccidere Barbablù e a soccorrere lei.

Leggendo questa fiaba, una delle prime domande che mi sono posta è stata questa: perché quella barba blu crea così tanto spavento e scompiglio? Subito dopo, mi è venuta in mente un’immagine, anzi tre:

Quella barba mi ha ricordato all’istante tre personaggi degli Arcani Maggiori dei Tarocchi: rispettivamente L’Imperatore, Il Papa e L’Eremita. I primi due ci parlano di autorità, per l’uno temporale e per l’altro spirituale, mentre l’ultimo rappresenta una prova da superare, ma anche la dipendenza, il saper guardare in faccia le proprie ombre. Anche il nostro Barbablù sembra incarnare a suo modo tutto questo e, chissà, forse non è un caso che abbia in comune il colore della barba con le Lame dei Tarocchi.

La barba, anticamente, era un simbolo di virilità, di saggezza, di potere. Infatti a lasciarla crescere erano in genere i sapienti, i maghi, i nobili, i sacerdoti. Per alcune popolazioni, invece, era ritenuta sintomo di sporcizia e per questo i nobili usavano radersi e tenere così il viso pulito, distinguendosi in questo modo dagli zotici e dai villani. Quanto al colore blu, se da un lato esso porta la tinta del cielo infinito e del mare profondo, della calma e della tranquillità, dall’altro rimanda a stati di tristezza, malinconia e depressione. Nei tre Arcani dei Tarocchi, invece, la barba azzurra rappresenta l’esperienza spirituale dei personaggi e l’esercitare il potere non solo sulla materia.

Chi ci troviamo di fronte, quindi? Un mago, un nobile, una figura iniziatica? Un uomo che porta sul viso un segno delle disgrazie che può suscitare e il sintomo inequivocabile della sporcizia del suo animo, del suo essere immondo nonostante le bellezze di cui si circonda? Forse tutte queste cose insieme… D’altronde, tornando ai tre Arcani dei Tarocchi da cui avevamo iniziato, L’Imperatore, Il Papa e L’Eremita rappresentano sì l’autorità e la sicurezza offerta, ma alla loro ottava più bassa parlano anche di tirannia, oppressione, di dipendenza, di predicare bene e razzolare male… anzi, nel caso di Barbablù diremmo malissimo!

L’altra cosa che risalta subito è la prima impressione che ogni donna che incontra Barbablù riceve: il pericolo, la paura, la voglia di fuggire il più lontano possibile. E non è solo il difetto fisico a giustificare tale timor panico, ma è soprattutto quella voce interiore che dice: “Scappa! Fai attenzione, non lasciarti abbindolare! C’è qualcosa che non va!”. Un istinto che tutti posseggono, ma che in pochi, purtroppo, hanno il coraggio di ascoltare fino in fondo, affidandosi completamente a esso e alla sua apparente irrazionalità. Infatti, la giovane della nostra storia si fa sedurre dalla mente: “Ma figurati se Barbablù è cattivo! Con tutte quelle ricchezze, quelle bellezze e con tutti i divertimenti che sa offrire!”, e così si lascia irretire e cade nella tela del ragno. Ah, se solo ascoltassimo di più il nostro sentire! Forse eviteremmo di metterci in guai grossi, così tanto grandi da investire talvolta la nostra intera vita.

Ci sono persone che appaiono belle, gradevoli non solo nell’aspetto ma anche in ciò che possono offrirci. Barbablù rappresenta proprio queste, che sanno fare sfoggio delle loro virtù, ingannandoci e costruendo intorno a noi una gabbia dorata, ma pur sempre una gabbia rimane! Sono molti gli studiosi che in Barbablù hanno riconosciuto il disturbo narcisistico di personalità o ritrovato in lui l’istinto omicida di un serial killer, per cui non mi soffermerò su questi due aspetti, visto che si trova tanto materiale sia online che su diversi testi al riguardo.

Parlerò invece di Barbablù come un aspetto della personalità della stessa protagonista, un suo terribile riflesso, qualcosa che può riguardarci ben più da vicino rispetto alla follia omicida o alla psicopatia. Ogni personaggio delle fiabe, in fondo, raffigura e sintetizza diversi frammenti di noi in modo caricaturale e talvolta anche grottesco, e Barbablù non fa differenza.

Il suo castello sfarzoso, i suoi passatempi, la sua riserva di caccia, i suoi banchetti… sono le stesse distrazioni di cui ci circondiamo e sulle quali ci concentriamo con insistenza pur di non guardare nelle profondità di noi stessi, di non prenderci cura di quella parte nascosta che invece desidera essere vista, riconosciuta, accettata, compresa e sublimata. E’ questa la nostra prigione dorata: divenire aguzzini di noi stessi, impedendoci di esprimere delle parti di noi, pur di essere accettati, amati, stimati, desiderati.

Dentro di noi esiste una stanza segreta che ci vietiamo di aprire. Talvolta in questa c’è una versione di noi che teniamo sotto chiave, perché “troppo” per il mondo: troppo sensibile, troppo forte, troppo potente, troppo ribelle, troppo libera… Altre volte, invece, in quella stanza chiudiamo traumi e ferite che non vogliamo riconoscere perché troppo dolorose, parti di noi che raccontano come ci ha trasformati il dolore. Quale che sia il contenuto di quella stanza, non sempre siamo veramente pronti a spalancarne la porta e scoprire cosa vi è al suo interno.

A volte capita che chi ci sta vicino, vedendo più chiaramente di noi la sofferenza che provochiamo a noi stessi, desideri aprire dall’esterno quella porta, forzarla anzitempo per far sì che la persona in questione veda e si svegli dal suo stesso incantesimo. Molti insegnanti e mentori, fin dai tempi più antichi, mettono in guardia dal voler svegliare a ogni costo qualcuno che sta dormendo, poiché lo si potrebbe mettere in serio pericolo.

Altre volte è l’individuo stesso, preso dalla curiosità, a voler accedere a parti nascoste e inconsce di sé, senza avere gli strumenti per poter lavorare ed elaborare ciò che ne emergerà. Non sempre siamo pronti a vedere in faccia ciò che si nasconde laggiù, in quella stanza nascosta e segreta, dove risiedono le nostre più grandi paure: l’essere abbandonati o rifiutati, il non essere più amati, il non venire riconosciuti, il sentirsi morire dentro, l’essere divorati da una colpa, l’essere traditi, umiliati, giudicati… Pur di non guardare in faccia questi “mostri”, finiamo per reprimere, imprigionare, uccidere delle parti di noi, come accaduto alle vecchie mogli di Barbablù.

Ci sbarazziamo della nostra parte intuitiva e indomita, oppure del nostro essere amorevoli e aperti verso il prossimo, o ancora di qualità come la leadership, l’empatia, l’amor proprio, la creatività… tutto pur di non soffrire.

Forse questa fiaba, tra le tante altre importanti cose, ci mostra anche che è pericoloso sondare quel buio e quel segreto, se non siamo davvero pronti ad affrontare ciò che ne deriverà. Ippocrate, antico medico e saggio greco, scrisse: “Prima di voler guarire qualcuno, chiedigli se è disposto a rinunciare a ciò che lo ha fatto ammalare“, un’affermazione che trovo sempre più veritiera. Perché, ahinoi, non sempre siamo disposti a porre un sano stop a ciò che ci nuoce in favore della nostra Libertà. Sembra assurdo, ma è più semplice restare nel conosciuto e in ciò che la nostra mente percepisce come tale, non andando in allarme e restando in quello che definisce “comodo”, a suo dire, ma che non lo è affatto, invece, per la nostra parte più intrinseca, che vuole volare e non restare incatenata in situazioni stantie che creano sofferenza.

Una volta svelato il segreto, una volta inserita la chiave nella toppa, essa continuerà a sanguinare. Figurativamente parlando, una volta visto ciò che si nasconde in quelle “stanze buie”, sotto la prigione dorata e imbellettata, non si può più tornare indietro: la Verità di chi siamo verrà a galla prepotentemente, impedendoci di continuare a ignorarla. E’ inutile voler togliere le macchie, nasconderle… L’unica soluzione resta riconoscere le nostre brutture, accettarle, affrontarle.

Ovviamente non sto parlando di nefandezze simili a quelle compiute da Barbablù, ma a ombre anche più comuni, che ognuno di noi può dover – o voler – affrontare. Scoprire in quella stanza di essere manipolatori, menefreghisti, approfittatori, traditori, giudicanti, iracondi, accidiosi, lussuriosi, avidi, taccagni, arrivisti, mentecatti, ingiusti, imperfetti, lamentosi, bisognosi… non è cosa semplice da gestire e non è piacevole. Ciò che importa è non fuggire davanti a tutto questo, ma riconoscerlo come una parte che ci è stata necessaria per sopravvivere, per un certo periodo della nostra vita, e decidere così di far prendere alla nostra esistenza una piega e una direzione diverse d’ora in poi.

Qualcuno, giustamente, nel leggere questa fiaba in passato si è chiesto: cosa sarebbe accaduto se la giovane non si fosse lasciata prendere dalla curiosità? Come sarebbe finita la storia, se lei avesse obbedito diligentemente al volere di Barbablù senza trasgredirlo?

Le risposte sono tante, diverse e tutte valide.

Forse, non avrebbe mai scoperto i segreti del suo sposo e avrebbe vissuto una vita lunga e apparentemente felice, ma in una gabbia dorata, nella menzogna e nell’ignoranza.

O forse Barbablù, dopotutto, prima o poi l’avrebbe rinchiusa per sempre nella stanza nascosta, insieme alle sue precedenti mogli. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, dicono.

O forse ancora la giovane, presto o tardi, avrebbe comunque scoperto che qualcosa non andava in quel marito dall’aria inquietante e… chissà se avrebbe avuto il coraggio di lasciare le sue ricchezze e i suoi agi per trovare una vita diversa, o se avrebbe finito per ribellarsi, soccombendo infine alla mano del terribile Barbablù.

Congetture che ci spalancano davanti diversi scenari e finali, sui quali potremmo fantasticare e riflettere per ore. A noi resta però il finale voluto da chi raccolse questa fiaba: la giovane, dopo la morte di Barbablù, ne ereditò il castello e i possedimenti, divenendo ricca, e si risposò con qualcuno che la amò davvero e con sincerità fino alla fine dei suoi giorni.

Allora forse, in fin dei conti, accedere a quella “stanza degli orrori” le servì e, a suo modo, la vista dei suoi terrificanti segreti le fece raggiungere il premio più bello: l’Amore, la Vita.

[Le immagini del presente articolo sono state generate con Gemini.]

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