Quanta profondità può nascondersi anche nelle storie che crediamo essere più banali! Il Principe Ranocchio – il cui secondo titolo é Enrico di ferro – é sicuramente tra queste.

I suoi significati vanno ben al di là del bacio alla rana che in molti, spesso, credono sia il fulcro della storia, e invece… be’ non é così. Sei pronto a scoprirli con me? Sì? Iniziamo, allora.

Questa celebre fiaba inizia con un incipit già promettente di per sé:

“Nei tempi antichi, quando desiderare era possibile, aveva senso e serviva realmente a qualcosa, c’era un re, le cui figlie erano tutte bellissime, ma la più giovane era così bella che persino il sole, che nel suo passare di cose belle ne aveva viste tante, si meravigliava sempre quando con un suo raggio le accarezzava il volto. La principessa risplendeva infatti di una luce particolare.”

Ah, quale meraviglia! Veniamo fin da subito catapultati in un mondo in cui quel sentire del cuore che impropriamente chiamiamo desiderio aveva una sua importanza e un suo valore. Un tempo in cui la magia, che altro non é che il nostro intrinseco, puro e incontaminato potere, era considerata reale, vera. E a quel tempo, ci dice la fiaba, esisteva un re.

Viene posto l’accento proprio su di lui, che con lo svolgimento della storia sembrerebbe non avere un granché da spartire, in fondo. Un personaggio secondario, che tuttavia viene citato per primo, quasi fosse lui protagonista. E vedremo a breve come il suo ruolo, in verità, sia ben più importante di quanto potremmo immaginare a una prima e superficiale lettura di questa grande storia.

Subito dopo, a essere citati sono la principessa e il sole. Una giovane fanciulla la cui luce é definita particolare, non comune. Siamo davanti a un personaggio speciale, in cui brilla qualcosa di diverso, qualcosa di intrinseco nella sua natura e che in realtà va ben al di là della sua bellezza fisica. Non dobbiamo esser tratti in inganno, quando nelle fiabe si parla di beltà: spesso con essa non s’intende quella fisica, ma si vuole intendere una bellezza interiore più o meno celata alla vista, un’energia magnetica che avviluppa e incanta.

E’ il Sole a sceglierla e percepirne la bellezza. E cos’è il Sole se non una manifestazione del divino sul piano terreno, umano? La nostra Stella Madre é quella che più di tutte, nei millenni, ha connesso l’essere umano alla Fonte Divina di tutte le cose, allo Spirito. E, simbolicamente, quello Spirito sembra aver prediletto la giovane principessa, riconoscendo in lei un riflesso della sua luce, una sua accesa scintilla.

La nostra fiaba allora prosegue spostando l’attenzione sulla ragazza, la quale ama giocare con una palla d’oro. Che strano oggetto per il divertimento di una bambina! Quando mai si é sentito parlare di sfere d’oro da lanciare e acciuffare per puro svago? Ma anche qui esiste un perché. Quella palla perfetta ne ricalca fedelmente un’altra: il Sole. Sì, di nuovo lui! Ma questa volta non si tratta della stella che dà vita al nostro Sistema Solare, bensì del Sole Interiore della principessa, la sua luce intrinseca, il suo tesoro, la sua Essenza.

Ma inavvertitamente la palla le cade di mano e finisce nell’acqua torbida di uno stagno, nel quale le é impossibile recuperarla. Un passaggio molto bello, questo. Racchiude in sé il momento in cui, concluso quel periodo della vita in cui siamo per natura più vicini all’Anima (e cioé l’infanzia), la nostra vera Essenza, coi suoi talenti, le sue virtù e i suoi doni, viene persa, finendo relegata nell’inconscio.

Ma ecco giungere un insperato e insolito aiutante: un ranocchio. L’animaletto, mosso a compassione dal pianto dirotto della principessa, si offre di recuperare la palla dorata in cambio della sua amicizia. La principessa accetta, non avendo idea di ciò a cui sta aprendo la porta con quel “Sì”, ma volendo recuperare a tutti i costi l’oggetto prezioso.

E qui, prima di proseguire il nostro viaggio in esplorazione di questa fiaba, dobbiamo fermarci. Perché le cose da dire su questo passo sono davvero tante, una più bella e sorprendente dell’altra.

A un certo punto della nostra vita sentiamo così tanto la mancanza di quel nucleo luminoso che ci animava un tempo, da avvertire la disperazione attanagliarci e stringerci nella sua morsa, proprio come la principessa della fiaba. Accade perché la nostra vera natura, presto o tardi, ci richiama a sé. Allontanarsi da essa significa soffrire, ma ci sentiamo costretti a farlo, in un mondo che non comprende la Bellezza e l’Unicità del Sentire di ognuno, in cui esiste per definizione solo ciò che si può vedere e toccare con mano. Alcuni, come nel caso della principessa, avvertono in modo forte e prepotente questo richiamo, e sarebbero disposti a qualsiasi cosa pur di assecondarlo e ritrovare la propria Essenza perduta. In quel momento, sui piani sottili, avviene una specie di patto tra il nostro corpo e la nostra Anima. In quel frangente, senza minimamente accorgercene, stiamo scegliendo di intraprendere una strada eroica, un cammino in cui dovremo scavare nel fango per riportare l’oro in superficie. La melma che lo avvolge (e lo protegge) é costituita dai nostri demoni interiori, dalle convinzioni deleterie che abbiamo accumulato negli anni, dalle nostre ferite più profonde, dalla meccanicità con la quale pensiamo e ci muoviamo nella vita. Quando scegliamo di ricongiungerci alla Luce che siamo, dobbiamo necessariamente imparare a familiarizzare e simpatizzare con ciò che di noi ci disgusta, con tutti quegli aspetti di cui ci siamo vestiti per piacere al mondo, ma che hanno finito per allontanarci da noi stessi. E tutto questo, nella fiaba, é incarnato alla perfezione dal ranocchio. Guarda caso, la rana é spesso associata alla ninfea e al giunco, due piante acquatiche che insegnano l’arte di estrarre la bellezza proprio dal fango e quella di piegarsi alle intemperie senza spezzarsi, dimostrando flessibilità. Due concetti utilissimi per chi, come la principessa della fiaba, intraprende le strade del Sé.

“Se davvero vuoi ritrovare la tua Luce, dovrai accettare di avermi accanto tutti i giorni della tua vita, finché il disgusto non diverrà Amore.” ci dice il ranocchio tra le righe. E la principessa accetta. Da quel momento, non si può più tornare indietro.

Il ranocchio recupera la palla, e la fanciulla pensa di potersela cavare così, facendo finta che il ranocchio non esista più e non riconoscendo il suo ruolo, il suo aiuto prezioso, né la promessa fatta. Scappa via, noncurante delle urla del ranocchio: in fondo adesso ha quello che voleva. Accade a tutti coloro che percorrono le vie della Ricerca Interiore, ma é molto pericoloso rifiutare l’ombra che si ha dentro, temendo di guardarla in faccia per quello che é…

Ed é qui che torna in scena il re, ve lo ricordate? Il sovrano, nonché padre della principessa, venendo a conoscenza dell’accaduto, la esorta a rispettare sempre la parola data, a non tirarsi indietro e ad assumersi la Responsabilità delle sue scelte e delle sue azioni. In questa storia, il re assume il ruolo della Coscienza, severo e giusto Giudice interiore che c’invita a non cadere in tentazione. Sarà per questo, allora, che ci é stato presentato come primo personaggio della fiaba?

La principessa, dunque, ha ben poco scampo. Deve cedere e aprire la porta di casa al ranocchio, consentendogli di mangiare nel suo piatto, di bere nel suo bicchiere e di dormire nel suo letto. Una metafora, questa, per ricordarci che i nostri demoni, l’ombra che ci disgusta, sono con noi in ogni momento della giornata e non ci mollano mai, perché sono una parte fondamentale di noi, l’unica, per altro, a poterci aiutare a far emergere la sfera luminosa dei nostri talenti e virtù, ricordate? Non c’è posto in cui possiamo rifugiarci o scappare: se vogliamo ritrovare chi siamo davvero.

Nonostante il ribrezzo che prova, la principessa deve stringere i denti e provare a tener fede alla promessa fatta. Ma caspita! E’ proprio dura! Il ranocchio sembra viziato, quasi pesta i piedi, non si arrende pur di ottenere tutto ciò che vuole e ha una grande insistenza, che infastidisce molto la giovane. Come la capisco… certi nostri mostriciattoli interiori sono proprio così, come il ranocchio della storia: s’intrufolano ovunque, anche nei momenti meno opportuni, noncuranti dei danni che possono arrecarci, pestano i piedi, sì, decisamente, soprattutto quando non ascoltiamo i messaggi di cui si fanno tramite, e si arrabbiano pure!

Ma anche la principessa della fiaba, a un certo punto, si arrabbia. Perde la pazienza all’ennesima richiesta della rana, si accende d’ira e la scaraventa contro il muro. “Almeno, forse, adesso starai zitto, brutto ranocchio!”, urla.

Oh, il ranocchio non parlerà più, invero. Ma a parlare sarà qualcun altro, d’ora in poi. Andiamo con ordine, però, che pure questo passaggio é delicato e profondo.

Esasperata dalle richieste sfinenti del ranocchio, la principessa decide di usare il polso, quella fermezza che tutti coloro che hanno a che fare coi propri demoni interiori, con le proprie meccanicità e le proprie ferite sono chiamati a sfoderare, prima o poi. Quell’inamovibilità attuata con grinta (la quale attinge alla stessa matrice della rabbia) spezza finalmente l’incantesimo. “No, ora basta, questo non te lo permetto!”. Per una volta, decidiamo di agire diversamente, di non restare a guardare i nostri infiniti Io in azione. Per una volta, decidiamo di prendere in mano la situazione e di dare un brusco “stop!”. Ed é così che inizia una nuova vita.

Il ranocchio cade a terra, ma ora non é più un ranocchio. E’ un principe!

La rana, di per sé, é un animale altamente simbolico: essendo un anfibio, contiene in sé due dimensioni e due mondi, quello acquatico e quello terrestre. La sua metamorfosi da girino a rana ricorda la nostra da embrioni a esseri umani. E anche noi proveniamo da un mondo acquatico-uterino per vivere poi nella dimensione terrena. La trasformazione della rana in principe rappresenta una trasmutazione energetica profonda: laddove c’era un essere viscido, invertebrato, dall’istinto animale, adesso vi é un essere Cosciente, eretto e Verticale.

In alcune versioni antiche della fiaba, l’incantesimo viene rotto perché la principessa taglia via la testa al ranocchio, in altre ancora (più recenti e edulcorate) deve accettare di baciarlo. Ognuno di questi gesti rappresenta uno shock, una prova da attraversare. Tagliare la testa, nel linguaggio esoterico, significa togliere energia alla paura, che é la madre di tutte le emozioni pesanti che ci attanagliano. Vuol dire non dare più alcun potere alla mente, le cui sentenze appartengono solo all’illusione dei sensi. Il bacio, invece, rappresenta il saper andare oltre il disgusto che si prova e imparare ad amare ciò che reputiamo nostro “nemico”, figurativamente parlando. Tutte e tre le versioni della storia, dunque, infine ci riconducono sempre a un processo profondo, inevitabile, al quale non possiamo sottrarci e che saprà donarci molto in cambio.

La principessa, infatti, riceve il suo premio: sposa il principe, ovvero si ricongiunge a quella parte luminosa e solare di sé che aveva perso e sotterrato nel fango. Principe e principessa sono due archetipi che ci parlano delle energie maschili e femminili presenti dentro ognuno di noi che ritrovano il loro equilibrio perduto.

Ma, fermi! La storia non é ancora finita! A questo punto, avuta la benedizione del re, i due sposi partono su una meravigliosa carrozza trainata da otto cavalli bellissimi. Otto… il numero dell’Infinito, dell’equilibrio, della comunione tra energie opposte. Che meraviglia! E quella carrozza é guidata dal fidato Enrico, personaggio con il quale la fiaba si conclude e che é ritenuto di tale importanza da offrire addirittura il secondo titolo alla storia. Enrico, cocchiere affezionato al principe, era rimasto così addolorato nel vederlo trasformato in rana che il suo cuore per poco non aveva retto il colpo. Per tenerne insieme i pezzi, si era cinto il petto con tre cerchi di ferro. Mentre guida i cavalli verso la nuova dimora dei due novelli sposi, si sente un grande schianto e il principe, preoccupato, urla: “Enrico! Qui va in pezzi la carrozza!”.

Enrico risponde: “No padrone, non é la carrozza, bensì un cerchio del mio cuore ch’era immerso in gran dolore, quando dentro la fontana tramutato foste in rana!”. Il primo cerchio, dunque salta. E saltano presto anche gli altri due, con un gran fragore. Il cuore di Enrico é ora guarito, é di nuovo libero, felice come il suo padrone che ha ritrovato la sua vera, più autentica natura insieme alla sua principessa. I due (e noi con loro) giungono al castello, dove portano la palla d’oro che ha dato inizio a tutta la loro storia, per non dimenticarla mai.

Quanto é importante il cuore in questa fiaba! E’ un cuore che torna a battere, che ritorna a pulsare davvero e che, nel farlo, fa un gran rumore. Ed é proprio questo che ci permette di fare il nostro Sole Interiore riconquistato: tornare in Vita e irradiare la passione per essa in tutto il mondo.

Quando dovresti ricordarti di questa fiaba?

  • Ogni volta che provi disgusto per ciò che sei, per un aspetto che di te ti fa soffrire. Ricorda di provare ad amare ciò che sei. E ricorda che è stato proprio il ranocchio a ritrovare la palla d’oro e a restituirla alla sua proprietaria: senza di lui, nulla sarebbe accaduto.
  • Quando temi di guardare in faccia le tue ombre. Ricorda che senza l’Osservazione, il ranocchio non si trasformerà mai in un principe e la maledizione non verrà spezzata.

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